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ARTETERAPIA: DI-SEGNI E DI SOSTANZE
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ARTETERAPIA: DI-SEGNI E DI SOSTANZE


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ARTETERAPIA: DI-SEGNI E DI SOSTANZE


di Laura Grignoli, Barbara Cipolla

Edizioni E-book Circolo Virtuoso

Data pubblicazione: 2014

ISBN: 978-88-97521-68-6

Pagine: 160

Prezzo: € 10,50



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Abstract


L’arteterapia è sempre più oggetto di studio e curiosità. Molti vogliono avvicinarvisi, per ritrovare spazi dell’immaginazione e del gioco per un utilizzo professionale nel campo della cura della persona. Molti scelgono questo percorso per prendersi cura di sé. Le Autrici vogliono mettere in luce che l’arteterapia non è solo un’alternativa alla psicoterapia, un “farmaco” per la riabilitazione e il sostegno di persone affette da disagi o handicap, ma occorre iniziare a guardarla come un intervento idoneo a quei “malati terminali delle emozioni” che, attraverso il recupero dell’immaginario, riprendono a ‘sentire’ i moti dell’animo. L'arteterapia cerca di arginare il "collasso del simbolico", di riavviare la soggettivazione rimettendo in moto il processo di un apparato psichico sufficientemente 'sensato', non più attraverso la vecchia ‘ortopedia disciplinare dell'Io’, ma grazie alla presenza di un Altro che funga da interlocutore etico ed estetico.
Il libro è rivolto ad arteterapeuti, psicologi e psicoterapeuti, psichiatri, terapisti della riabilitazione, animatori di gruppi espressivi, insegnanti, operatori della rieducazione, a quanti amano confrontarsi con il linguaggio delle arti.




Introduzione


 Questo lavoro raccoglie un campionario delle riflessioni e delle esperienze fatte attorno all’Arteterapia. Giocando un po’ con i doppi sensi che spesso hanno le parole lo abbiamo intitolato “Arteterapia: di segni e di sostanze” perché in arte non si utilizza un alfabeto, ma comunque ci si avvale di segni che andranno a costituire quel codice mediante cui possiamo interpretare il messaggio. Con l’interpretazione del messaggio risaliamo al significato che l’emittente, ovvero l’artista, ovvero il paziente d’arteterapia, hanno voluto dare. Tuttavia il segno è sempre segno di forme, dentro cui si nasconde la sostanza. Ma la “materia” di cui ci si serve nelle attività artistiche, da mater, è la sostanza prima di cui tutto è formato. Conserva nell’étimo il senso dell’origine, della nascita, di tutti i corpi. Quando una materia presenta proprietà ben definite prende il nome di sostanza. Chiediamo scusa per la divagazione chimica, ma pensiamo che nel percorso arteterapeutico si ha sempre a che fare con i segni, la materia a cui si dà sostanza. Anche le persone prendono sostanza quando acquisiscono la loro peculiarità.

Parleremo, inoltre, delle esperienze fatte nell’ “Artelieu”, nome dato all’Associazione di studi e al laboratorio di arteterapia che abbiamo fondato insieme a colleghi interessati alla ricerca e alla diffusione delle conoscenze sull’arteterapia.
Perché tale nome? È un calembour, che, come tutti i giochi di parole, ci sembrava idoneo a condensare i molteplici sensi (anche assonanze uditive) che volevamo attribuirvi. In primis quello di “luogo dell’arte” inteso come corpo che contiene in nuce l’espressività artistica emozionale e in seconda accezione come “luogo che ospita l’arte” nel suo divenire. Ecco la ragione per cui abbiamo chiamato Artelieu il nostro spazio-laboratorio.  
Il luogo (lieu) ci è parso più importante del termine “terapia”, legato alla funzione, di cui non si ha in anticipo nessuna certezza sull’esito. Questo ci induce a sentirci debitori ad Arno Stern per il richiamo evidente al suo Closlieu.
Dopo gli opportuni richiami teorici parleremo di un’arte non-arte, indagheremo sull’esistenza del luogo dove si fa arte e terapia o, se volete, dove si fa terapia con l’arte, mediante l’arte, attraverso l’arte, nonostante l’arte, non solo con l’arte. Ma soprattutto del luogo dove l’invisibile è autorizzato/sollecitato a manifestarsi visivamente. Dove l’invisibile e a-materico diventa segno compartecipabile.
Quando parliamo di Artelieu spesso usiamo il termine non come il nome dato al nostro atelier ma come sinonimo di laboratorio di arteterapia. Qualcuno potrebbe trovarlo pretenzioso, qualcuno potrebbe trovare riduttivo il senso della terapia affidata alla sorte di un’originalità creativa che spesso chi si rivolge a un terapeuta non ha più.  
Ma noi vogliamo rintracciare i nessi tra i linguaggi pre-verbali, il cui denominatore comune è dato dalle emozioni profonde da essi veicolati e le potenzialità espressive dei segni e delle sostanze  propri dell’arte.
Ogni setting arteterapeutico può essere un “Artelieu” nella misura in cui si dà vita a qualcosa, utilizzando medium materici ed effimeri, perché arte la intendiamo come potenzialità che ognuno ha di elaborare creativamente il proprio vissuto attuale e rintracciare sensazioni inimmaginabili. Si sollecita spesso a creare perché si pensa che
 ogni iniziativa del genere sia positiva e riparatrice di antiche ferite, o perchè è rivelatrice di significati simbolici nascosti. Ma, come dice Balint , trascuriamo troppo spesso i fenomeni precoci dell’esistenza. Si parla di fase orale ma non si pensa a cosa si è sperimentato prima. L’arteterapia in Artelieu è attenta ai fenomeni come la percezione dei colori, dei sapori, al contatto corporeo, alle sensazioni propriocettive, che sono molto più primarie. Insomma gli elementi pre-logici e pre-riflessivi occupano un posto fondamentale. C’è una realtà sensoriale che nessuna analisi verbale può avvicinare.
Ecco spiegato il perché due psicologhe cliniche parlano di arte e di arteterapia.
Il modo di affrontare le problematiche psicopatologiche sta cambiando: molte certezze terapeutiche un tempo assodate come verità inalterabili si stanno man mano sfaldando.
A nostro avviso non può essere valida un’unica modalità di “cura”, quella verbale. Il vissuto di ogni persona è una rete di eventi, episodi a volte collegati, a volte sconnessi, intrisi di emozioni all’interno di una semiologia di sensi e non solo di significati concettuali verbalizzabili. Ci sono sfumature e dissolvenze stratificate nella memoria che non possono essere confezionate in pacchetti da srotolare in parole.
La vita va vista con una struttura narratologica quasi fosse un romanzo: talvolta lineare e talvolta contorta, mentre ci sembra semplice diventa subito complicata, appare spesso una scatola vuota ma diventa densa subitaneamente. Certo, se la vita consistesse solo in una realtà oggettiva ed esterna, tutto sarebbe più semplice (nel senso del narrare), ma c’è una vita oltre lo specchio dei suoi riflessi. Lì si camuffa in un’affettività filtrata dalle spesso infelici elaborazioni suggerite dagli spot e dalle fictions. Le trame immaginative sono inadeguate ai contenuti afferenti delle percezioni e tutto scorre in un romanzo di verità e finzione, cosicché il “linguaggio ritorna su se stesso per abolirsi”  .
L’Arteterapia, di cui illustreremo ampiamente il significato che le attribuiamo, si propone come supporto all’altro per aiutarlo a sgomitolare i fili di una matassa di parole mute e incoerenti. Favorire l’incontro tra più linguaggi che si compendiano può offrire l’opportunità di fronteggiare il dolore, la rabbia, l’angoscia. La nostra mente, più plastica di quanto si possa pensare, può ritrovare elementi semantici di energie liberatorie non computabili, analoghe alle dissolvenze, alle percezioni chiaroscurali delle ombre e delle penombre.
Se nell’impeto artistico l’ascolto è un problema privato e solipsistico dell’artista, nell’Arteterapia l’ascolto è di se stessi e dell’altro contemporaneamente; in entrambi i casi, comunque, si realizza nella dimensione del poetico, dell’artistico, semantizzando una percezione polisemica dei linguaggi, poiché le elaborazioni mentali non sono sempre lineari (da emisfero sinistro per capirci), ma talvolta si presentano in una sovrapposizione di stadi come nella fisica quantistica. L’arte favorisce la riscoperta dei luoghi di silenzio, dove depositare gradualmente le scorie rumorose acquisite nel linguaggio come metafore negative della parola. Un silenzio non fisico, ma intriso di sinestesie percettive che amplifichi il potere della relazione affettiva.
Il laboratorio arteterapeutico, o Artelieu se vi piace, ha anche qualcosa di pedagogico perché vuol educare l’altro a osservare, ad ascoltare come se toccasse le cose: quelle sentite, quelle fiutate, viste, assaporate, in modo da ristabilire equilibrio tra percezione e pensiero per non essere travolti da fantasie sterili.
Lo scopo dell’artelieu è di riabilitare la linea trasmissiva tra sentire e provare, nel senso di riuscire ad elaborare nel giusto modo quello che si sente, ovvero a saper modulare immagini interne ed esterne, riscoprendo il “colore” e le sfumature dei linguaggi non verbali. Per osservare bisogna illuminare il mondo, saper anche interagire con le ombre e le penombre. I sentimenti sono proiezioni di ombre.
La dimensione umana ha una profonda risonanza nel colore, interagisce con le forme narrative della storia della persona che parla, in quanto la voce pullula di una fluttuazione di sensi che necessitano di nuovi linguaggi per essere compresi. Quanti ricordi palpabili con le mani, percepiti con la pelle vengono cancellati dal linguaggio verbale durante il racconto della propria storia? Il contatto con la materia facilita l’espressione di tutto quanto si è visto e sentito, toccato, provato, annusato. Anche di quanto si è visto, annusato, toccato in tempi precoci, quando la capacità di concettualizzare non era formata ancora.
L’arteterapeuta e i suoi pazienti si specchiano e insieme vanno a cercare i pezzi mancanti, pezzi di significati omessi nella verbalizzazione per dar loro la forma che gestisca i paradossi del verbale. I ricordi non son fatti di parole ma sono ologrammi, dissolvenze e sovrapposizioni quantiche. Come rappresentare la mente che ricorda la luce e i toni di voce? Come le dissolvenze di scene vissute? Come se non in un linguaggio plastico più denso di sovrapposizioni?
Probabilmente la riscoperta di una semantica plastica permette che si sovrappongano nella verità, falsità, timbricità, sfumature, le sceneggiature espressive. Solo questo potrà rispondere ai dialoghi più intimi della vita, così come i linguaggi del corpo permettono alle terapie corporee di far rivivificare semi profondi e di farli germogliare ancora.

 



Note biografiche sull'autore


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Laura Grignoli è Psicologa e Psicoterapeuta. La sua formazione clinica ad  indirizzo psicodinamico ha avuto un completamento specifico sull’arteterapia presso il Centro di formazione Profac in Francia, dove è iscritta  all’Annuaire des art-thérapeutes certifiés. È Presidente di Artelieu, associazione di ricerca in arteterapia di cui è fondatrice, e  Déléguée de la Ligue Professionnelle des Art thérapeutes in Italia. Dopo molti anni di impegno nella scuola, oggi si dedica al lavoro clinico e alla ricerca nel campo dell'arteterapia, in particolar modo a quella a dominante visiva.  È docente di arteterapia nella Scuola di Specializzazione post-lauream per psicoterapeuti Atanor a L'Aquila. Oltre ad essere autrice di numerosi articoli e saggi in ambito scientifico, su questo tema ha già pubblicato: " Artelieu. Dalle riflessioni sull'arte alla pratica dell'arteterapia" (ediz. Samizdat, Pescara, 2004). "Percorsi trasformativi in arteterapia. Fondamenti concettuali e metodologici, esperienze cliniche e applicazioni in contesti istituzionali", (ed. Franco Angeli, Milano, 2008) e "Art-Création Thérapie. Discours autour de ce qu'on appelle Art-thérapie" (edizioni Voix, Elne, France, 2010).

 

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Barbara Cipolla, psicologa e psicoterapeuta formatasi a Roma presso La Sapienza e specializzatasi presso l’Ateneo Salesiano, ha iniziato a lavorare con bambini e disabili nel 1995 mettendo a punto strategie di intervento basate sull’arteterapia plastico-pittorica e fondando nel 2003 l’associazione Artelieu. Negli ultimi dieci anni ha approfondito la sua formazione clinica presso l’Istituto di Formazione e Ricerca “A. B. Ferrari” di Roma per il lavoro terapeutico con adolescenti e adulti, e parallelamente ha studiato presso Artelieu e Profac come arteterapeuta per lavorare con i bambini. Conduce corsi di formazione e laboratori di arteterapia presso Artelieu a Spoltore (Pe) e presso Art Motion a Elne (Francia); fa parte del comitato scientifico della Ligue Professionelle d’Art Therapie in Francia. Ha pubblicato con la dott.ssa Grignoli il libro “Perché i gatti non dicono bugie. Laboratorio di filosofia con i bambini” con la Editrice Samizdat, Pescara (2001). Collabora con la rivista L’anima fa arte. Iscritta al registro degli arteterapeuti ARTEDO.




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Ultimo Aggiornamento: martedì, 28 marzo 2017 04:12





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